Twitter Facebook Youtube

IL LAVORO FLESSIBILE HA RAGGIUNTO LA PIU’ ALTA INCIDENZA DEGLI ULTIMI 4 ANNI

UOMODONNA

“Il lavoro flessibile ha raggiunto la più alta incidenza degli ultimi 4 anni. I dati di flusso delle Comunicazioni obbligatorie riferiti ai rapporti di lavoro attivati nei primi 9 mesi del 2017, fotografano una situazione in cui il lavoro flessibile ha raggiunto l’82,5%, a fronte dell’80% nel 2016, del 77,4% nel 2015 e dell’80,7% nel 2014”. A dichiararlo è Giancarlo Turchetti, segretario generale della Uil Viterbo.

Una incidenza – prosegue Turchetti – fortemente influenzata dalle attivazioni di contratti a tempo determinato: ogni 100 contratti avviati, 70 sono stati a tempo determinato (solamente 14 a tempo indeterminato). Nel 2015, con l’introduzione dell’esonero contributivo totale e triennale, l’incidenza del tempo determinato, comunque alta, era inferiore (67,5%) e il tempo indeterminato assorbiva il 21% dei rapporti di lavoro accesi”.

Analizzando più da vicino i dati riscontriamo che su oltre 8 milioni di rapporti di lavoro accesi nel periodo gennaio-settembre 2017 (+13,8% rispetto allo stesso periodo del 2016), si è registrata una caduta dei contratti a tempo indeterminato (-4,9% sullo stesso periodo del 2016) e una ripresa dei contratti a tempo determinato (+14,7% rispetto a stesso periodo del 2016).

“Cosa continua a spingere i datori di lavoro a utilizzare i contratti a tempo determinato in luogo dei contratti stabili? – si domanda Turchetti – La risposta, secondo noi, è principalmente da attribuire a un costo del lavoro non sufficientemente conveniente del contratto a tempo indeterminato. I dati ci dicono infatti che, in presenza di sgravi-esoneri contributivi e fiscali (Irap) che abbassano il costo del lavoro del tempo indeterminato in maniera ‘concorrenziale’ con il contratto a tempo determinato, le aziende sono ‘incentivate’ ad assumere in maniera stabile. Diversamente, quando gli sgravi si riducono o cessano, i contratti temporanei crescono. E’ quindi, e principalmente, una questione di “costo del lavoro” su cui occorre intervenire per colmare il gap tra flessibilità/precarietà e stabilità lavorativa. Certamente – spiega Giancarlo Turchetti – quello della durata di tali contratti è una questione su cui deve aprirsi una riflessione, visto il forte aumento in questi anni di contratti di breve e brevissima durata come ha anche evidenziato il recente ‘Rapporto sul mercato del lavoro’ elaborato, in maniera integrata, dal ministero del lavoro, Istat, Inps, Inail, Anpal. Dal rapporto emerge, infatti, come il contratto a tempo determinato di breve durata (max 91 giorni) abbia, nel 2016, coinvolto 850 mila lavoratori”.

“Crediamo sia utile – commenta il segretario confederale Uil Guglielmo Loy – che si intervenga sul far costare di più la temporaneità dei contratti, aumentando per i contratti a tempo determinato (ad esclusione del lavoro stagionale o nei casi di sostituzione), il contributo addizionale aggiuntivo dell’1,4% introdotto con L. 92/2012, portandolo almeno al 4%. Tale addizionale, che confluisce nelle casse dell’Inps, potrebbe essere destinato o in un aumento della Naspi (durata o importo) proprio a favore di questi lavoratori che vivono spesso nella discontinuità ed incertezza dei rapporti di lavoro, oppure, visto il rischio di carriere discontinue, al sostegno dei versamenti nella contribuzione previdenziale pubblica o nei fondi pensione.  Se la media annua delle attivazioni con contratti a termine continuasse ad aggirarsi intorno ai 6,7 milioni di avviamenti, si avrebbe un introito aggiuntivo per le casse dell’Inps di oltre 320 milioni di euro annui. Per meglio comprendere questa nostra proposta, abbiamo simulato il risparmio per un datore di lavoro che decidesse di assumere un lavoratore con contratto a tempo indeterminato in luogo di un contratto a tempo determinato in presenza di un’aliquota contributiva aggiuntiva del 4%. Nel caso in cui l’azienda optasse per il contratto a tempo indeterminato – conclude Guglielmo Loy – il risparmio per il datore di lavoro, sarebbe di € 2.379 annue per singola assunzione (su una retribuzione lorda di € 24mila), pari ad una diminuzione rispetto al tempo determinato, del 7,6%”.

 LO STUDIO DELLA UIL SUL LAVORO FLESSIBILE