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PARI OPPORTUNITÀ

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L’Ilo stima che ci sono 865 milioni di donne al mondo che di trovano a far fronte a discriminazioni di vario genere che delimitano pesantemente una loro effettiva e attiva partecipazione al mondo del lavoro. Se le donne partecipassero alla forza lavoro come gli uomini, la spinta per i redditi pro capite sarebbe importante: il 27% in medio oriente e in Nord Africa, il 23% nel sud dell’Asia, il 17% in America Latina, il 15% nell’Asia dell’est e il 14% in Europa e nell’Asia centrale.

Il Rapporto annuale dell’Istat mette in evidenza la debole avanzata dell’occupazione femminile, ed emerge ancor di più il contrasto tra le grandi risorse accumulate dalle donne italiane (in termini di istruzione, soprattutto) e la realtà povera del mercato del lavoro.

Dal 1993 al 2011 l’occupazione femminile è aumentata di 1 milione e 700mila unità. Vent’anni fa lavoravano 7,6 milioni di donne, adesso sono 9,3. Le nuove occupate sono quasi tutte al Centro-Nord (1,5 milioni di lavoratrici in più) e solo in minima parte al Mezzogiorno (196.000). Ma di che lavori si tratta? Dal punto di vista del regime orario, per i due terzi l’aumento dell’occupazione è dovuto al part-time (ed è crescente, da 1/3 al 50% degli ultimi anni, la quota di donne che dichiara che si tratta di un part-time involontario, scelto dal datore di lavoro e non dalla lavoratrice). Quanto al comparto produttivo, l’aumento di occupazione femminile è concentrato nel terziario, mentre dall’inizio degli anni 2000 c’è un costante calo di occupate nell’industria, al ritmo di meno 2,5% all’anno.

A parità di ogni altra condizione, “il rischio di perdere il lavoro nell’industria per una donna è superiore del 40% rispetto a un uomo”.

 

Le tesi congressuali sulle politiche di genere

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